Immaginiamo di salire sulla collina di Montecucco nell’età del bronzo. Sotto di noi il Tevere è una via di comunicazione, mentre campi, canalette e capanne raccontano una società stabile. “Il villaggio di Montecucco” parte dalla fine dell’età del rame, intorno al 2300 a.C., quando agricoltura e allevamento cambiano il rapporto con il territorio.
La vita sedentaria impone nuove regole. I cicli agricoli richiedono pianificazione, il lavoro si divide e le comunità crescono. Quando la produzione supera il consumo, latte e frutta devono essere scambiati rapidamente, mentre i cereali possono essere conservati nei granai. Entra così nella valle del Tevere una parola decisiva: “futuro”.
Anche la tecnologia sostiene il cambiamento. Il bronzo supera molti strumenti di selce; la ceramica permette di cuocere, conservare e trasportare gli alimenti. Aratro, carro a ruote, tornio da vasaio e forno chiuso diventano le “macchine” di un’economia più complessa, capace di produrre eccedenze e nuovi mestieri.
Gli indizi emergono nel 2008 lungo via delle Idrovore della Magliana, vicino al magazzino RER. Gli archeologi scoprono canalette capaci di distribuire l’acqua e drenare i ristagni. Sul fondo compare un deposito di ceramiche a impasto bruno, decorate con motivi geometrici e databili alla metà del II millennio a.C.
Le canalette dovevano servire un villaggio più a nord. Possiamo immaginarlo sulla sommità di Montecucco, protetto dalla rupe, con capanne circolari o ellittiche di legno e argilla. Dentro ogni abitazione un ambiente comune ruota intorno al focolare; una porta, piccole finestre e un comignolo-lucernario collegano interno e paesaggio. Mancano però le sepolture, decisive per comprenderne l’identità. Inumazioni in pozzi funerari indicherebbero una società pastorale; urne biconiche con ceneri avvicinerebbero il villaggio al mondo protovillanoviano. Pubblicato nel 2021, lungo circa 6 minuti, il video è l’episodio 3 della serie podcast letta da Francesco Ventura e lascia Montecucco sospesa fra reperto e ricostruzione.

