Claudio, Portus e la nascita della Via Portuensis (YouTube, 2022)

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Roma ha fame. Nel I secolo dell’impero il grano arriva dal mare, ma il porto fluviale di Ostia è troppo stretto per sostenere una metropoli in crescita. Le navi onerarie attendono al largo, le derrate passano sulle chiatte caudicariæ e la risalita del Tevere diventa un ingorgo. Caligola contiene le crisi distribuendo scorte e spettacoli: una tregua, non una soluzione.

Con “Claudio e la Portuensis” il problema dell’approvvigionamento diventa un racconto di infrastrutture. Pubblicato nel 2022, lungo circa 4 minuti, il video è l’episodio n. 16 della serie podcast letta da Francesco Ventura. Anche la Magliana partecipa alla vita pubblica: presso l’attuale vicolo dell’Imbarco sorge probabilmente uno stadio equestre, osservato dagli Arvali dalle logge dei papiliones.

Claudio cambia scala. Nel 46 d.C. ordina la costruzione di Portus, secondo porto di Roma: un bacino artificiale tre chilometri a nord di Ostia, protetto da due moli protesi nel mare e dominato da un faro. Il nuovo scalo non è un’opera isolata. Perché le merci raggiungano la città, occorre ridisegnare anche il percorso terrestre.

La Via Campana viene restaurata e affiancata da una scorciatoia rettilinea destinata a diventare la Via Portuensis. Le due strade formano un solo sistema: procedono insieme, si separano presso l’odierna via Quirino Maiorana, seguono quote diverse e tornano a incontrarsi a Ponte Galeria, prima di raggiungere Portus.

Claudio segue i lavori, sosta alla Magliana e ricopre la carica di magister del collegio arvalico. Dopo la morte, nel 54 d.C., viene onorato nel Lucus con il Cæsareum, tempio dei Divi Cesari oggi scomparso. Porto, strada e santuario compongono così la memoria locale di un imperatore amministratore.

Ma ogni soluzione apre un nuovo problema. La città chiede legname e la Silva Mœsia viene divorata dai colpi di scure. Alla fine del I secolo l’antica distesa di querce, cerri, castagni, sughere, roverelle e lecci è già quasi perduta. Le odierne Valle dei Casali e Tenuta dei Massimi custodiscono ciò che resta di quella prima catastrofe ambientale romana.

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